Per rifare l’Unione s’inventano il fascioleghismo
Crollato l’anti-berlusconismo la sinistra ha bisogno di un nuovo nemico-collante per superare i problemi del dopo-voto e ricucire coi comunisti
..............................................................................................................
Non si placano le polemiche dopo la pubblicazione on line da parte del sito internet dell'agenzia delle entrate (www.agenziaentrate.gov.it) di tutte le dichiarazioni dei redditi del 2005 dei contribuenti italiani.
Il sito, ovviamente, adesso è off limit per chi volesse consultare l’elenco. Lo era già dopo poche ore, collassato per via di una curiosità quasi morbosa dei cittadini.
Ma lo stop non è bastato perchè qualcuno riuscisse a scaricare il file contenete le dichiarazioni e farle circolare liberamente sul web. Così adesso i redditi dei personaggi più o meno famosi del nostro Paese continuano a fare il giro senza che nessuno possa fermarli.
Con buona pace della privacy. E del Garante che, spiegherà, non ne sapeva nulla. Poi la bufera e la sospensione, oramai tardiva, dei dati su Internet.
Ora, non vogliamo stare qui a dire se è stato giusto o sbagliato pubblicarli. Se si tratta di una violazione della privacy oppure è un fatto di democrazia e trasparenza.
Ma visto che quasi tutti ne sono a conoscenza (la rete non perdona...), non è più peccato ricordarne qualcuno. Magari quelli di chi, come alcuni volti noti del giornalismo italiano, hanno sempre pontificato su quotidiani e televisioni di economia, politica, federalismo, caro prezzi. regalandoci ricette, attaccando questo e quello. Di chi si faceva paladino dei precari e poi si ritrovava in tasca qualche bel milione di euro, tasse pagate. E perchè no, di chi attaccava la Lega accusandola di essere demagogica e di non rappresentare gli operai, il territorio, la gente onesta che lavora.
I nomi? Partiamo.
C’è Michele Santoro finito nell’occhio del ciclone proprio in questi giorni per l’ultima puntata di Annozero. Nel 2005 ha dichiarato 118.752. Più “ricco” di lui Antonio Padellaro, direttore dell’Unità: per lui un reddito da 211.793 mila euro.
Non sen la passa male nemmeno Giovanni Floris che porta a casa 182.455 euro. E che in rai si stia bene lo sa anche Lucia Annuziata: 233.881 mila euro. Chi non può lamentarsi Eugenio Scalfari , fondatore la Repubblica: 418.585 mila euro.
Chiudiamo per ora con Maurizio Costanzo. E qui non c’è gara. Per lui un reddito dichiarato che sfiora i 4 milioni e mezzo di euro: per la precisione 4.290.152.
SI MUOVE LA PROCURA
Intanto la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta dopo la pubblicazione su internet degli elenchi delle denunce dei redditi degli italiani. Il reato ipotizzato è la violazione dell'articolo della legge sulla privacy che punisce il trattamento illecito dei dati personali.
Secondo il magistrato Franco Ionta, la divulgazione ha determinato un'esposizione a rischio delle persone. Sotto accusa sono, quindi, le modalità - in maniera indiscriminata - con cui sono state diffuse le informazioni. Sotto accusa, insomma, il modo in cui sono stati pubblicati i dati.
E' vero, infatti, che si tratta di dati la cui accessibilità è regolamentata dalle norme, ma la loro pubblicazione in modo indiscriminato non sarebbe consentita e potrebbe causare dei problemi ai titolari dei 730 e dei 740.
Gli accertamenti sono stati affidati alla polizia postale.
ATTENZIONE A SCARICARE...
Nello stesso tempo gli investigatori avvertono che sarà perseguito penalmente e rischia anche la galera chi userà i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi facendone un uso improprio.
Un avvertimento che rischia di avere scarse ricadute pratiche visto l'enorme numero di persone che hanno utilizzato i dati e la facilità di circolazione in Rete.
MARTEDI’ TOCCA AL GARANTE
Nel frattempo il Garante della privacy stringe i tempi e fissa entro lunedì il termine ultimo in cui l'Agenzia delle Entrate dovrà chiarire il senso della decisione. Il giorno dopo, poi, ci sarà la riunione del Garante. Il tutto mentre i dati, immessi in Rete, sono ormai diventati ingovernabili. Ieri il Codacons aveva annunciato l'invio di denunce a 104 Procure italiane affinchè si indagasse sulla vicenda.
I CITTADINI SONO A RISCHIO?
Ma per Gaetano Pecorella del Pdl, già presidente della commissione Giustizia della Camera, il problema è un altro: «La pubblicità senza limiti delle dichiarazioni rese al fisco può esporre i cittadini ad alcuni rischi, primo fra tutti quello di mettere nelle mani della criminalità i dati patrimoniali di moltissime persone. Un potenziale pericolo, considerando che, purtroppo, il fenomeno delle estorsioni e dei sequestri di persona non si è certo esaurito».
NO ALLO STATO SPIONE
«La chiarezza e la trasparenza sono un valore, ma alla vendetta dello Stato spione si deve dire di no. Serve una cultura fiscale diversa, non si può procedere come ha fatto il vice ministro, non ricandidato, Visco». e’ il pensiero del deputato della Lega Roberto Cota che poi aggiunge: «Noi siamo sempre stati contro la cultura dello Stato spione. L’iniziativa di Visco sembra l’ultimo atto di un’azione portata avanti dal governo Prodi fin dal suo insediamento in nome di uno Stato nemico della gente e dei lavoratori. Viene spontaneo chiedersi, allora, come mai Visco abbia voluto fare una cosa simile ora. Perchè non l’ha fatto prima? Con questi tempi e queste modalità, ha tutta l’aria di una vendetta».
ALESSANDRO MONTANARI Leggendo gli editoriali della stampa di sinistra, ufficiale e non, sull’aggresione neonazista di Verona si ha la netta sensazione che qualcuno abbia deciso, a tavolino, di riaprire la campagna elettorale. Per tutti basta il titolo a tutta pagina de l’Unità di lunedì: «Quella violenza skinheads che la Lega non ha mai isolato». Ci si chiede come possa il Carroccio “isolare” qualcosa, come le frange neofasciste, che le è culturalmente, politicamente e storicamente esterno ed estraneo.
Ma il punto, evidentemente, non è questo. Dietro all’equazione “leghisti uguale fascisti”, infatti, ci sono ragioni politiche difficilmente confessabili che vanno ricercate nel campo di chi la promuove.
Squagliatosi come neve al sole il collante dell’anti-berlusconismo, dichiarato morto e sepolto anche sulle colonne di Liberazione e persino da un leader storico del ’68 come Franco Berardi, la sinistra terremotata dalla rivoluzione elettorale di aprile e di nuovo marxianamente convinta che “l’unione fa la forza” ha infatti la necessità, urgentissima, di trovare un nuovo mastice in grado, allo stesso tempo, di fermare la resa dei conti in corso tra Pd e Rifondazione Comunista e di rimettere insieme truppe, attualmente contrapposte, contro un nemico politico, il centrodestra, altrimenti imbattibile. E così ecco che nel mirino finisce la Lega, padrona di quel Nord, cattivo e ostile, che dapprima ha condotto la rivolta contro il Governo Prodi e in seguito capito e respinto le vacue lusinghe veltroniane.
Tuttavia, sfortunatamente per l’arco parlamentare ed extraparlamentare della sinistra italiana - ma verrebbe da dire “romana” - l’equazione tra leghismo e fascismo, comunque la si metta, non si regge in piedi. Infatti, nell’impossibilità di dimostrare l’appartenenza o il legame dei gruppi neo-fascisti al Carroccio - accusa, peraltro, che per evidenti ragioni storiche andrebbe semmai indirizzata ad altre componenti del centrodestra -, la fermezza contro l’immigrazione clandestina e per la sicurezza del sindaco Tosi viene presentata come acqua di coltura per atteggiamenti violenti, barbarici e superomistici. Se la vittima della violenza fosse stata straniera, inoltre, si sarebbe indubbiamente aggiunto razzisti.
Si allude, insomma, a una sorta di selvaggio stato di natura regolato dalla legge del più forte e indotto dallo stile amministrativo di Flavio Tosi, archetipo del sindaco leghista. La filosofia politica di Tosi, però, è ispirata esattamente al contrario, cioè al primato delle regole e della legge: se uno è clandestino va espulso, se uno delinque va punito. Questo il Nord, culla della Resistenza antifascista, l’ha capito da tempo, tant’è che ha deciso di dare fiducia agli uomini del Carroccio sia a livello locale sia a livello nazionale. In Piemonte, in Lombardia, in Veneto, insomma, i cittadini non si sentono in alcun modo minacciati dai fantasmi denunciati dalla stampa romano-centrica di sinistra.
Insomma, siamo di fronte a una finzione politica, costruita in fretta e furia sull’onda di un fatto di cronaca per soccorrere una sinistra in frantumi e che, come ha già fatto capire Massimo D’Alema, è in procinto di risposarsi subito dopo il divorzio.
Per superare il passato, però, serve un nemico comune contro cui sfogare gli odi intestini accumulati nel dopo-elezioni e che altrimenti sfocerebbero in una sanguinosa resa dei conti. L’equazione tra leghismo e fascismo è dunque il fragile paravento di un riavvicinamento che non ha ragioni ideali, ma solo utilitarie: non si torna insieme per affinità, ma solo perché questo è l’unico modo per sperare di tornare a vincere.
Per ridiventare maggioranza, tuttavia, alla sinistra non basterà recuperare Bertinotti, Diliberto, trozkisti e no-global; dovrà anche riuscire a penetrare il Nord. Ma non ci è riuscita con le contumelie veltroniane, dunque figuriamoci se ci riuscirà calunniando i tre milioni di padani che hanno votato Lega.
Ai raffinati columnist della stampa di sinistra vorremmo infine ricordare un particolare da essi trascurato, ma fondamentale. La Lega può forse scandalizzare i benpensanti per la sua comunicazione a tinte forti, ma non ha mai utilizzato la violenza come strumento politico. Nel nostro Paese non c’è un solo cittadino in grado di sostenere di avere subito danni, fisici o materiali, provocati da militanti del Carroccio: mai un ferito, mai un contuso, mai una vetrina infranta. Lo stesso, purtroppo, non può dirsi della sinistra italiana, nella cui variegata famiglia in molti e in molte occasioni non hanno esitato ad abbracciare la violenza, anche la più folle, feroce e insensata. Dalle esucuzioni sommarie della Resistenza nel dopoguerra al crepitio delle P38 e alle sentenze di morte dei tribunali del popolo degli anni settanta per finire con i rigurgiti brigatisti che sono costati la vita a Biagi e D’Antona alle scorribande metropolitane dei disobbedienti. Sul terreno della violenza, tra il popolo e la storia della Lega e tra il popolo e la storia della sinistra, non esiste partita.
Si dirà che sono fasi superate. Già, ma come? Dapprima negando ogni responsabilità, complicità o contiguità politica con i teorici della politica a mano armata ed oggi insignendo di incarichi ministeriali ex terroristi che hanno seminato morte e dolore.